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Premetto che quello che sto per dirvi lo scrivo qui e qui deve restare. Nessun altro sa queste cose e proprio perché non ci conosciamo posso permettervi di raccontarvele.

Sono sempre stato fin da piccolo una persona molto attenta e scrupolosa, osservavo e analizzavo ogni cosa con attenzione minuziosa; ero tremendamente affascinato dalla natura e dal suo ponderato equilibrio, così da avvicinarmivi sempre più. Non ho mai colto fino in fondo il senso di questo equilibrio, queste forme e colori, il perché delle varie strutture morfologiche correlate alla funzione e funzionalità stessa delle forme.

Ora, mio padre era un alcolizzato, tornava a casa la sera tardi e picchiava sempre mia madre e me; ovviamente io subivo percosse ben più ridotte rispetto a quelle di mia madre, e ancora non capisco perché questa non abbia mai chiesto aiuto a nessuno.

Fatto sta che il mio mondo intriso di naturale equilibrio non poteva certo più conciliarsi con questa abominevole situazione di fronte alla quale non potevo che sentirmi impotente e privo di alcun tipo di via d’uscita. Allora fu in quel momento che dentro di me germogliò un principio eversivo e lacerante per il mio stesso animo ma al contempo generatore di sollievo: se IO soffrivo così, non vedo perché non dovessero farlo anche gli altri.

Come vi ho già detto, ero solo un piccolo infante, quindi non potevo certo permettermi di arrecare danno ai miei simili, quindi optai per la soluzione più razionale e spietata: rovinare il più possibile l’esistenza di tutte quelle creaturine che una volta apprezzavo indefinitamente. Dovevo vederle contorcersi dal dolore, correre il più possibile verso una uscita, magari illuderle anche e lasciarle libere per pochi centimetri per poi catturarle nuovamente e sottoporle ad altre agonie ancor più strazianti. Questo ero diventato ormai.

Così, quando mio padre tornava a casa la sera tirandosi dietro un puzzo di alcol nauseante, e quando mi trovava e mi picchiava, tra le lacrime che inevitabilmente scorrevano lungo le mie guance ancora glabre e innocenti (innocenti?) io provavo sollievo e liberazione, sapendo che quel male che stavo accumulando e incassando sarebbe stato amplificato e scaricato su altre creature indifese e impotenti.

Così cominciai con le formiche, organizzate e matematicamente perfette nella loro gerarchia, tutte ordinate e precise; non appena si spezzava il cordoglio di quelle misere creature, il panico finiva per prendere il sopravvento, e con esso anche il mio logorante desiderio di infliggere sofferenze. E così prima staccavo le zampe posteriori, mentre divertito notavo una andatura più goffa, buffa e rallentata, con le altre formiche che cercavano di fuggire scavalcando con impeto e violenza quelle povere mutilate che ormai erano destinate a soccombere. La cosa che mi incuriosiva di più era cercare di stabilire un metodo di approccio tipicamente scientifico, con ipotesi e tesi da convalidare e confermare: “fino a quante zampe può perdere per mantenere una deambulazione effettiva ed opportuna? 2,3? O anche 4?”, “quanto tempo passerà prima che decida di arrendersi?”. Perché alla fine si arrendevano tutte, sempre.

Stanco delle formiche, decisi di passare a farfalle e scarafaggi, staccando ali e antenne e osservando compiaciuto la loro agonia o ridendo di fronte al loro impazzire in assenza dell’unico mezzo che hanno (le antenne) per garantire loro un orientamento efficace. Così decisi di staccare una zampa posteriore a grilli e cavallette, allietato dai vani tentativi degli stessi di balzare con una sola zampa. Poi fu il turno delle lucertole; strappare code era fin troppo semplice, quindi mi divertivo a catturarle e apprezzare il ritmo pulsante arterioso che batteva incessantemente e aumentava sempre più di fronte all’incombente pericolo che avevano ovviamente davanti, poi mutilarne le zampe; prima una, poi due, tre, infine 4 e cercare di apprezzare le differenze che potevano esserci tra questa e un serpentello (e le differenze erano davvero poche, credetemi). Ho ancora un piccolo diario nel quale scrivevo e annotavo i vari esperimenti che facevo su questi animali; ogni tanto lo tiro fuori e leggo una pagina a caso, giusto per assaporare la nostalgica pulsione che avevo un tempo e che ora con l’età adulta riesco ormai a controllare alla perfezione. Certo, la forma e la struttura sintattica sono quelle di un undicenne, ma dal punto di vista semantico e della freddezza dei particolari non si allontanano certo dagli abstract dei ricercatori internazionali.

E fu così che un giorno trovai per caso una cucciolata di gattini (4, ma uno era già morto, utile giusto per una dissezione a fine informativo per placare parzialmente la mia sete di conoscenza). Decisi quindi di prenderli in casa lasciandoli in garage; non dovetti neanche chiedere il permesso, anche perché li conservai per ben poco tempo. Non voglio annoiarvi ulteriormente con dettagli sullo studio della sopportazione al dolore di un cucciolo di gatto, tra incisioni, lacerazioni, fratture di ossa e giunzioni (fratturare la coda per un gatto è devastante); fatto sta che dopo 3-4 giorni di “attività laboratoristica” intensa riuscivo a distinguerli solo per il numero che avevano sopra ai sacchi all’interno dei quali li lasciavo la sera prima di andare a letto. Devo aggiungere che è davvero curioso e impressionante la potenza sonora che può scaturire da uno scricciolo felino dei quelle dimensioni se opportunamente stimolato. Fatto sta che decisi comunque di sbarazzarmi dei soggetti ormai inutili ai fini delle mie ricerche; ero indeciso se bruciarli con benzina o gettarli nel fiume, ma è ovvio che la seconda opzione risultava ben più ragionevole in quanto meno invasiva da un punto di vista economico, e quindi più accessibile a un undicenne.

Avevo anche un cane, si chiamava Roger ed era e sarà sempre il mio migliore amico, non lo dimenticherò mai. A lui non potevo certo permettermi di infliggere alcun male, e lui mi è sempre stato fedele sin dal principio, aiutandomi anche a catturare lucertole e altri soggetti per le mie ricerche.

Nel frattempo mio padre si era disintossicato e stava cercando di rimediare alle indecenze alle quali ci aveva fatto assistere; ancora una volta non capisco il motivo per cui mia madre lo perdonò senza neanche la minima esitazione (forse quando si ama qualcuno indipendentemente dal male che ti ha fatto succede così, non so e non credo neanche che mi innamorerò mai personalmente). Oppure magari pensava che se la nostra “famiglia” fosse rimasta effettivamente unita avremmo potuto ricominciare dall’inizio.

Ma tutto questo ormai era impossibile, io non ero più il bambino innocente di un tempo, ero cambiato e sono cambiato (ora in realtà si nota molto meno per via delle varie sedute e degli psicofarmaci che prendo, nessuno lo sa e lo nota, anche se ogni tanto mi chiedono perché non prenda mai io la macchina quando come ben saprete non posso guidare se prendo psicofarmaci).

Fatto sta che un giorno mio padre mi portò a pescare. Sembrava veramente cambiato, mi guardava con occhi lucidi quasi come se si rendesse conto del male che mi aveva fatto; mi lasciò andare più avanti verso la riva con Roger, sempre al mio fianco in ogni situazione. Dopo un’ora di attesa con Roger riuscii a prendere un pesce in realtà non tanto grande ma ai miei occhi apparentemente enorme, e decisi di correre subito per farlo vedere al babbo. Ma quando lo raggiunsi quello che vidi mi fece tornare il voltastomaco.

Erà lì, steso a terra, in un bagno di alcol, con 3 bottiglie di William Lawson’ s Scottish Whisky (bottiglia di whisky che anche quando vedo al supermercato torna a dissotterrare ricordi che preferirei aver dimenticato); la riabilitazione non era servita a un cazzo, ora era lì, ci era cascato di nuovo, non potevo neanche guardarlo con la pietà che fino a qualche ora prima stava attenuando l’odio profondo che provavo nei suoi confronti. Perché in fondo gli esseri umani sono così: deboli, emotivi, dicono che non perdoneranno mai ma poi alla fine vengono smossi di nuovo da quel sentimento di affetto che cerco sempre quando possibile di soffocare con un cinico realismo o comunque smorzare con freddo distacco e imperturbabile indifferenza.

Non potevo permettere che quel bastardo tornasse a casa di nuovo, che mia madre tornasse a soffrire ancora, non potevo permettere che quell’animale ci facesse ancore del male. Quell’animale. Ecco che cos’era, nient’altro che un animale. Ormai era lì che giaceva sbronzo e stordito, privo di coscienza; per un attimo sperai che fosse andato per sempre, ma constatai mio malgrado che il fiato intriso d’alcol continuava a filtrare dalle sue vie respiratorie.

Non sapendo più cosa fare optai per la cosa più efficace che potessi fare. Mentre le lacrime cominciavano a scendermi dagli occhi, notai il solito Roger, più bello che mai sotto il sole, mio amico più caro, l’unico che sembrava veramente capirmi e volermi bene, che continuava a scodinzolare senza sosta con quella lingua di fuori con la quale mi manifestava regolarmente il suo affetto.

Lo abbracciai più forte che potei e lui ovviamente ricambiò a modo suo; fu in quel momento che scorsi sotto il sole una pietra di dimensioni sufficienti per quello che era il mio intento: continuando a coccolare il bel Roger, la afferrai repentino e colpii il morbido e peloso cranio canino.

Roger cadde privo di sensi, con un gemito che sembrò più un sussurro del tipo “va tutto bene” o comunque così lo interpretai in quella situazione e così continuo a pensare che fosse il suo significato.

Con fatica, trascinai il corpo inerme e inerte di Roger verso quell’animale, con altrettanta fatica riuscii ad aprire le fauci di Roger e ad applicarle a quel collo rugoso e pulsante, paonazzo per via dell’alcol; mi fermai per qualche secondo e osservai attentamente quella pelle ruvida e zigrinata, che ancora talvolta rivedo nei sogni quando dimentico di seguire la posologia prescritta.

Fu così che cercai con tutte le mie forze di premere e chiudere quelle fauci, e riuscendo nel mio intento notai il fascio vasculonervoso del mostro che veniva strappato via quasi con dolcezza dalla mandibola serrata di Roger; mio padre sussultò e si destò, ma ormai il più era fatto: incapace di reagire, mi guardò con uno sguardo smarrito e quasi desideroso di aiuto, quasi come lo sguardo del gattino mentre cercava inutilmente di liberarsi dalla morsa stretta dalle pinze attorno alle sue giunzioni articolari mentre un dolce scricchiolio continuava ad intensificarsi man mano che torcevo la pinza.

Lo guardai, quel mostro che per tanto tempo ci aveva tormentati era lì, più debole di un gattino, e mi guardava con sguardo atterrito e inquisitorio, gli risposi con un sorriso, e lo baciai sulla fronte, mentre il sangue zampillava con violenza dalla carotide sinistra. E così mi sedetti a un paio di metri da lui e lo stetti a guardare fino alla fine, fino a quando non si spense del tutto, fino a quando non fece quella smorfia che solo le persone appena trapassate fanno.

Il resto fu fin troppo facile: mio padre era ubriaco, ha cercato di attaccarmi, Roger mi ha protetto anche se è stato comunque colpito; niente bisogno di autopsia o indagini ulteriori, nel registro si notò subito lo stato di alcolizzato del bastardo e così si risolse tutto. O quasi. Perché quei bastardi stabilirono che Roger era troppo violento per vivere nella civiltà, e decisero di sopprimerlo. Prima che venissero a portarmelo via, tuttavia, mosso da un sentimento di affetto che sarà l’unico che ricorderò con piacere e non soffocherò mai, decisi di portare Roger nel bosco e di liberarlo; dovetti tuttavia cacciarlo in malo modo e fargli intendere che non lo volevo più affinché si decidesse a partire come ramingo tra le fronde degli alberi.

Tuttora non so cosa abbia fatto, dove sia e cosa sia successo, anche se quando non prendo il farmaco prima di dormire rivivo sempre quel pomeriggio al fiume, e rivedo sempre Roger che scodinzola soddisfatto e compiaciuto del suo padrone e amico che ha pescato quel pesce, finché non lo abbraccio e mi sveglio di soprassalto nel cuore dell’oscura notte, sotto a questo crudo e indifferente cielo tetro.

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